«Si avvicinava la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete. Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!».
(Gv 2, 13-25)
Fundraising per la missione
Questo passo del Vangelo ci racconta di un gesto molto forte. Gesù entra nel Tempio, scaccia i venditori e rovescia i tavoli dei cambiamonete. Il Tempio è diventato un luogo di scambio, un mercato, e Gesù ci richiama a ritrovare il senso autentico di quel luogo di incontro con il Padre. Anche la Chiesa oggi è chiamata a custodire la purezza del suo “Tempio”, e cioè la sua missione evangelica.
Ma allora, è sbagliato pensare al fundraising nella Chiesa? Organizzare banchetti o attività di raccolta fondi?
Per rispondere a questa domanda, potremo farci “aiutare” da alcuni testi sul discernimento di Sant’Ignazio di Loyola il quale ci invita a riflettere sulla differenza tra “il fine” e il “mezzo”. Il fine è l’incontro con Dio, la relazione con lui. Il “mezzo” sono le azioni, gli strumenti e i nostri desideri per raggiungere quel fine. Sant’Ignazio ci ricorda che il discernimento nasce proprio da questa capacità di leggere il cuore e la direzione della nostra missione.
Se pensiamo quindi al fundraising nella Chiesa come “un mezzo” per portare avanti la missione, che è “il fine”, anche le attività di raccolta fondi assumono un’altra immagine, in linea con la missione stessa della Chiesa.

Il gesto di Gesù nel Tempio non ci chiede di eliminare i mezzi, ma di ordinare tutto al fine giusto.
Se il fundraising è vissuto come strumento per costruire insieme, allora diventa una forma di partecipazione alla missione. Ma se invece pensiamo alla raccolta fondi solo come ad una tecnica, si perde il senso più profondo. Questo non vuol dire che le tecniche di fundraising non siano necessarie, anzi, ma non devono essere “il centro”, né il fine ultimo.
Ed è così che l’approccio al fundraising, non solo nella Chiesa, deve focalizzarsi su cosa quel dono ricevuto può generare. In quali progetti e in quali azioni può essere trasformato.
Un fundraising orientato alla missione non si limita a generare entrate, ma costruisce fiducia, reputazione, capitale relazional e una comunità di sostenitori.
Se parliamo di fundraising nella Chiesa, siamo quindi chiamati non solo a raccogliere fondi, ma a coltivare fiducia, corresponsabilità e speranza. Ed è proprio qui che emerge la dimensione relazionale della raccolta fondi. Fare fundraising non significa “solo” raccogliere denaro, ma costruire relazioni che rendano possibile una missione comune.
Quando il fundraising si basa su una dimensione relazionale, supera la funzione di semplice strumento di raccolta economica e diventa una leva strategica di sviluppo organizzativo. In questa prospettiva, non si limita a generare entrate, ma contribuisce alla crescita della comunità di stakeholder, al rafforzamento dei progetti e alla sostenibilità dell’ente nel tempo.
Se integrato in modo coerente nella missione e nella governance, il fundraising non è un’attività accessoria, ma una funzione strutturale che sostiene e rende possibile l’impatto dell’organizzazione.

Per riflettere insieme
Ecco alcune domande e spunti di riflessione per pensare al fundraising come uno strumento e non come un fine.


