«Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui. Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all’albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno.»
(Lc 10, 25-37)
Vedere il bisogno
La Parabola del Buon Samaritano può essere letta non solo come racconto spirituale, ma anche come un modello di fundraising strategico che va dall’identificazione del bisogno fino alla sostenibilità nel tempo.
Il testo distingue chiaramente tra chi vede e passa oltre e chi vede e si lascia coinvolgere.
Nel fundraising questo primo passaggio corrisponde alla capacità di identificare un bisogno reale, circoscritto e comunicabile.
Il dono infatti, nasce sempre da un bisogno, e soprattutto dal saper vedere quella necessità. Il Sacerdote e il Levita “vedono” l’uomo ma passano oltre, senza riconoscere il suo bisogno. Il Samaritano invece “lo vide e ne ebbe compassione” (Lc. 10, 33). È lui a trasformare un problema in un volto, a mettere la persona al centro.
Il sacerdote e il levita rappresentano, simbolicamente, l’indifferenza o la distanza. Il Samaritano rappresenta invece la capacità di trasformare un problema astratto in una storia concreta.
Compassione e motivazione
Per capire il legame tra il Samaritano e il dono, possiamo partire proprio dal significato della parola compassione. Il termine viene dal latino cum patior, cioè “soffrire insieme”. In altre parole, avere compassione significa partecipare al dolore dell’altro.
Nel fundraising, la motivazione del dono nasce quando la comunicazione riesce a generare empatia, rendere visibile l’urgenza e collegare il bisogno ai valori del potenziale donatore.
La compassione non è un’emozione passeggera ma movimento del cuore che porta all’azione. Nel fundraising questo significa comunicare in maniera autentica motivando il senso del dono attraverso le storie delle persone che sono al centro dei nostri progetti.
Qui entra in gioco la tecnica dello storytelling. Non basta descrivere un problema: occorre raccontare una trasformazione possibile.
Il Samaritano non si limita a osservare: si avvicina e trasforma la compassione in un’azione efficace.
Nel fundraising questo equivale a costruire engagement, cioè relazione.
Il Samaritano fascia, cura, disinfetta, si sporca le mani. Ed è qui che il dono diventa una risposta concreta, misurabile e necessaria. Non rimane nella dimensione emotiva. La compassione, da sola, non genera sostenibilità. Serve una struttura operativa.
In termini tecnici, ogni comunicazione efficace deve contenere una richiesta chiara, una proposta concreta, una modalità semplice di donazione che possa essere misurabile, tracciabile e collegata ad un risultato.
Nella parabola del Buon Samaritano emerge una dimensione fondamentale del dono: chi aiuta mette in gioco qualcosa di personale per sostenere l’altro. È un coinvolgimento concreto. Lo stesso avviene nel fundraising. Il donatore infatti offre ciò che gli appartiene, il suo tempo, le sue risorse economiche o le sue competenze. Il dono diventa così partecipazione attiva e non semplice elemosina.

Dal sentimento all’azione
Quando il Samaritano conduce l’uomo alla locanda, affida la cura a qualcuno che può proseguire quanto da lui iniziato. Il locandiere diventa un soggetto attivo, un collaboratore che riceve fiducia e risorse per continuare il processo di guarigione. Anche nel fundraising accade qualcosa di simile: l’ente, la parrocchia, l’organizzazione sono le “locande” che portano avanti la missione. Il fundraiser accompagna il “Samaritano” al luogo in cui il dono diventa cura duratura. Il fundraiser è un costruttore di alleanze.
I due denari consegnati al locandiere rappresentano un gesto di fiducia: il Samaritano investe risorse senza pretendere il controllo totale. Allo stesso modo, donare nel fundraising è un atto di fiducia verso una causa e verso un’organizzazione. Permette di prolungare la cura nel tempo e diventa un modo per dire “Vai avanti tu dove io non posso arrivare”. Il denaro è uno mezzo e mai il fine.
Quando il Samaritano aggiunge: “Al mio ritorno, pagherò”, introduce la logica della donazione ricorrente. Non un gesto isolato, ma un patto. Il fundraising mostra chiaramente che i donatori più preziosi sono coloro che condividono una visione e rimangono nel tempo. Il dono diventa così un atto di fiducia che si rinnova.
Gesù conclude la parabola indicando che prossimo è chi fa misericordia. Non conta la vicinanza geografica o l’appartenenza etnica, ma la scelta di donare. Il fundraising rende visibile questa dinamica: trasforma il donatore in prossimo, crea comunità di cura e fa nascere legami nuovi.
In sintesi, la Parabola del Buon Samaritano contiene tutte le fasi di un processo strutturato di fundraising:
- identificazione del bisogno
- costruzione della narrazione
- attivazione emotiva e valoriale
- richiesta concreta e misurabile
- mediazione organizzativa credibile
- fiducia e rendicontazione
- continuità e relazione nel tempo
La compassione diventa così organizzazione della carità. Il fundraising non è un’aggiunta alla missione: è lo strumento che la rende sostenibile.

Per riflettere insieme
Di seguito alcune domande utili per valutare la solidità del nostro approccio al fundraising.





