Più Gioia nel Dare

di Marianna Occhiuto

«In tutte le maniere vi ho dimostrato che lavorando così si devono soccorrere i deboli, ricordandoci delle parole del Signore Gesù, che disse: “Vi è più gioia nel dare che nel ricevere!”»

(At 20,35)

La gioia del dono

Negli Atti degli Apostoli, San Paolo consegna alla comunità una frase che sembra parlare direttamente anche a chi oggi si occupa di dono, missione e fundraising: “Vi è più gioia nel dare che nel ricevere”.

È un’affermazione semplice, quasi immediata, ma profondamente rivoluzionaria. Perché ribalta il modo in cui spesso siamo abituati a pensare al dono.

Molte volte immaginiamo il dono come una rinuncia: mettere a disposizione una parte delle proprie risorse, scegliere di non trattenere tutto per sé. E certamente, nel dono c’è anche questo. Ma la Parola ci invita a guardare più in profondità. 

Nel dono non c’è soltanto una perdita, c’è una gioia. Non una gioia superficiale, legata al gesto del momento, ma una gioia più profonda, che nasce dal sentirsi parte di qualcosa di più grande. Chi dona non compie semplicemente un atto economico. Entra in una relazione, partecipa a una missione, contribuisce a generare vita, cura.

In questa prospettiva, il dono non impoverisce chi dona. Al contrario, diventa un’esperienza di “ricchezza”. È proprio qui che il versetto degli Atti offre una chiave preziosa per rileggere il fundraising.

Soccorrere i deboli

San Paolo non si limita a ricordare la gioia del dono, prima dice qualcosa di molto concreto: “Lavorando così si devono soccorrere i deboli”.

Il soccorso ai più fragili non è presentato come un gesto occasionale o come una semplice emozione di fronte al bisogno. È legato al lavoro, alla responsabilità, alla concretezza.

Questo passaggio è molto importante perché anche nel nostro modo di pensare alla carità rischiamo, a volte, di fermarci solo alla spontaneità del gesto. Vediamo un bisogno, ci commuoviamo, facciamo qualcosa ed è certamente un bene.

Ma molte opere della Chiesa, molte missioni, molti servizi educativi, sociali, pastorali o sanitari non possono vivere solo di generosità occasionale. Hanno bisogno di continuità, organizzazione, persone, strumenti, programmazione, comunicazione, relazioni, fiducia. In altre parole, hanno bisogno anche del fundraising.

Il fundraising, quindi, non è qualcosa di esterno alla missione. Non è un’attività tecnica da collocare ai margini della vita ecclesiale o delle opere di carità. È uno degli strumenti attraverso cui una comunità rende possibile, nel tempo, il servizio ai più deboli.

Una casa di accoglienza, una mensa, un progetto educativo, un servizio sanitario, un percorso di accompagnamento spirituale o sociale non si sostengono solo con le buone intenzioni.

Serve un lavoro paziente, quotidiano, spesso invisibile. C’è bisogno di qualcuno che sappia raccontare il bisogno, costruire fiducia, coinvolgere persone, custodire relazioni, rendere conto dell’impatto generato.

Il fundraising diventa quindi una forma concreta di responsabilità verso i più fragili. Non sostituisce la carità ma la rende possibile nel tempo.

Chi dona non perde, partecipa

Se guardiamo al fundraising solo dal punto di vista dell’organizzazione, rischiamo però di vedere il donatore semplicemente come qualcuno a cui chiedere qualcosa. Abbiamo un progetto da sostenere, un bisogno economico, una missione da portare avanti e quindi cerchiamo qualcuno che possa aiutarci.

Se davvero “vi è più gioia nel dare che nel ricevere”, allora il donatore non è semplicemente colui che risponde a una richiesta. È una persona che, attraverso il dono, entra in relazione con una missione e partecipa a un cammino più grande.

Una delle competenze di chi si occupa di fundraising è di riconoscere il valore di un gesto e farlo riconoscere a chi lo ha compiuto.

In questo senso, il dono non è solo un trasferimento di risorse. È una forma di partecipazione ed è proprio questa partecipazione che può generare gioia.

Il fundraising a servizio della missione

“Vi è più gioia nel dare che nel ricevere” non è solo una frase bella da ricordare. È una chiave per ripensare il modo in cui chiediamo, ringraziamo, raccontiamo e accompagniamo.

Ogni richiesta di dono dovrebbe essere fatta con rispetto, ma anche con fiducia. Perché non stiamo solo chiedendo qualcosa a qualcuno: stiamo offrendo la possibilità di partecipare a un bene.

Forse è proprio questa una delle sfide più importanti per chi si occupa di fundraising: non limitarsi a raccogliere risorse per sostenere le opere, ma aiutare le persone a riscoprire la bellezza e la gioia del dono.

Perché quando il dono è vissuto così, non resta solo un gesto economico, diventa incontro, relazione, missione condivisa. 

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