«Sul far della sera, gli si accostarono i discepoli e gli dissero: “Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare”. Ma Gesù rispose: “Non occorre che vadano; date loro voi stessi da mangiare”. Gli risposero: “Non abbiamo che cinque pani e due pesci!”. Ed egli disse: “Portatemeli qua”. E dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba, prese i cinque pani e i due pesci e, alzati gli occhi al cielo, pronunziò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli e i discepoli li distribuirono alla folla. Tutti mangiarono e furono saziati; e portarono via dodici ceste piene di pezzi avanzati. Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini.»
(Mt 14, 15-21)
Lo sguardo su ciò che manca
Davanti a una folla di migliaia di persone affamate, i discepoli fanno quello che probabilmente avremmo fatto anche noi: iniziano a fare i conti.
“Non abbiamo che cinque pani e due pesci”, troppo poco.
Di fronte a questo passo del Vangelo, vorrei per un momento lasciare sullo sfondo il miracolo della moltiplicazione e fermarmi proprio qui, su ciò che accade prima.
I discepoli guardano ciò che hanno a disposizione e vedono soprattutto ciò che manca. La loro attenzione non è rivolta ai cinque pani e ai due pesci, ma alla sproporzione tra quelle risorse e il bisogno che hanno davanti.
È una reazione comprensibile che, in forme diverse, ho incontrato spesso anche nelle nostre organizzazioni.
“Siamo una piccola congregazione. Abbiamo pochi donatori. Non abbiamo una grande rete di contatti. Con quello che raccogliamo possiamo fare poco.”
Guardiamo ciò che abbiamo, lo confrontiamo con la grandezza dei bisogni e arriviamo facilmente alla conclusione che sia troppo poco per fare davvero la differenza. È da qui che vorrei partire per parlare di fundraising.
Ogni donatore, in fondo, mette a disposizione ciò che può. Per qualcuno saranno 10 euro, per qualcun altro 10.000. Qualcuno offrirà tempo, qualcun altro una competenza professionale. Un’impresa potrà mettere a disposizione dei prodotti, un volontario alcune ore della propria settimana, una fondazione le risorse necessarie per avviare un progetto.
Ognuno porta i propri cinque pani e due pesci.
E forse il primo compito del fundraising è proprio quello di non considerare inutile un dono soltanto perché, preso singolarmente, appare insufficiente rispetto alla grandezza del bisogno.

Il dono non è ancora l’impatto
Nel fundraising rischiamo qualche volta di sovrapporre due momenti che invece sono profondamente diversi: raccogliere una risorsa e generare un cambiamento.
Una donazione di 100 euro è una risorsa, non è ancora un pasto, un libro, una visita medica, una borsa di studio.
Perché quella risorsa possa contribuire a generare un cambiamento, ha bisogno di entrare in una progettualità, di incontrare altre risorse, competenze, persone e capacità organizzative.
Questa distinzione è importante perché sposta il nostro sguardo. Quando una campagna di raccolta fondi non raggiunge l’obiettivo sperato, la prima domanda è spesso: come possiamo chiedere di più? Come possiamo aumentare la donazione media? Come possiamo trovare un grande donatore?
Ma forse dovremmo chiederci “quanto siamo capaci di fare con ciò che le persone hanno già scelto di affidarci?”
C’è poi un errore che possiamo commettere quando raccontiamo un bisogno: trasferirne tutto il peso sul donatore.
Abbiamo bisogno di costruire una scuola, dobbiamo sostenere cento famiglie, servono migliaia di euro per garantire un servizio e, inconsapevolmente, possiamo far sentire la persona che abbiamo davanti troppo piccola rispetto alla dimensione del problema.
Che differenza possono fare i miei 20 euro davanti a tutto questo?
La risposta di chi si occupa di fundraising dovrebbe essere: “Non devi risolvere tu il problema. Tu porta quello che puoi, i tuoi cinque pani e due pesci.”
È compito dell’organizzazione accogliere quel dono, metterlo accanto ad altri doni e inserirlo all’interno di una progettualità più ampia.
Questa, a mio avviso, è una delle funzioni più belle del fundraising: rendere possibile una partecipazione che individualmente sembrerebbe insufficiente. Nessuno dei singoli donatori deve “avere abbastanza pane per sfamare la folla” ma ognuno può partecipare con ciò che può mettere a disposizione.
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Partire da ciò che abbiamo
Il fundraiser non è soltanto chi trova risorse. È anche chi aiuta a creare un ponte tra una disponibilità e una possibilità.
Da una parte c’è qualcuno che dice: “Questo è quello che posso mettere a disposizione”. Dall’altra c’è un bisogno che chiede una risposta. Nel mezzo c’è un’organizzazione chiamata ad accogliere quella disponibilità, metterla in relazione con altre risorse e utilizzarla responsabilmente all’interno di una progettualità.
Ed è qui che il “poco” di ciascuno acquista un valore diverso. Non perché l’organizzazione compia una moltiplicazione, ma perché ciò che individualmente non sarebbe sufficiente può diventare parte di una risposta costruita insieme.
E non si tratta soltanto di “spendere bene” i soldi ricevuti. Significa progettare, mettere insieme risorse differenti, creare alleanze, evitare sprechi, conoscere i bisogni, misurare ciò che accade e saper raccontare il cambiamento prodotto.
Il fundraising non è quindi soltanto l’arte di raccogliere. È anche la capacità di fare in modo che ciò che viene raccolto trovi il proprio posto all’interno della missione dell’organizzazione.
Alla fine del racconto avanzano dodici ceste. Ma non credo che, parlando di fundraising, dobbiamo cercare un parallelismo con il miracolo.
Quello appartiene al Vangelo e all’azione di Gesù.





