Dal Tributo al Dono

di Marianna Occhiuto

«In quel tempo, i farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come cogliere in fallo Gesù nei suoi discorsi. Mandarono dunque da lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: “Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?”. Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: “Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? Mostratemi la moneta del tributo”. Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: “Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?”. Gli risposero: “Di Cesare”. Allora disse loro: “Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”.»

(Mt 22, 15-21)

La libertà del dono

In questo passo del Vangelo, i farisei, insieme agli erodiani, chiedono a Gesù se sia lecito pagare il tributo a Cesare. Lui chiede di mostrargli una moneta e domanda di chi siano l’immagine e l’iscrizione che vi compaiono. Alla risposta “di Cesare”, pronuncia quelle parole che ancora oggi ci invitano a riflettere: “rendere a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio”.

Ascoltando questa Parola, mi sono soffermata sulla differenza tra ciò che siamo tenuti a dare e ciò che scegliamo liberamente di donare. Il tributo risponde a un obbligo, a una responsabilità stabilita dalla legge. Il dono nasce invece da una scelta personale, attraverso la quale decidiamo di mettere qualcosa di nostro a disposizione degli altri.

Ma la risposta di Gesù ci invita anche ad andare oltre questa distinzione. Se la moneta porta impressa l’immagine di Cesare, l’essere umano porta in sé l’immagine di Dio (Gen 1,27).

“Rendere a Dio ciò che è di Dio” significa allora riconoscere che tutta la nostra vita è chiamata a orientarsi verso di Lui: ciò che siamo, le nostre capacità, il nostro tempo, i nostri desideri e anche i nostri beni.

In questa prospettiva, il dono può diventare una delle espressioni concrete attraverso cui scegliamo di mettere ciò che abbiamo al servizio della missione. Non è un tributo da versare per assolvere un obbligo, ma un gesto che può esprimere la nostra disponibilità a partecipare a quella missione.

Da qui nasce una domanda che riguarda direttamente il fundraising nella Chiesa: come possiamo invitare le persone a sostenere una missione senza trasformare il dono in un dovere?

Partecipare alla Missione

Come abbiamo già sottolineato più volte in altri articoli, la missione ha bisogno di risorse per poter essere realizzata. Le attività pastorali, educative, sociali e caritative della Chiesa richiedono persone, competenze, strumenti e risorse economiche. Il fundraising permette di individuare e raccogliere queste risorse, contribuendo alla continuità delle opere e alla loro capacità di rispondere ai bisogni delle comunità.

Chi sceglie di sostenere una missione può riconoscere nel proprio contributo un significato che va oltre il sostegno economico. Questa partecipazione infatti può assumere forme diverse, secondo le possibilità di ciascuno: una donazione economica, il tempo dedicato al volontariato, una competenza professionale messa a disposizione o una relazione che permette di ampliare la rete di sostegno.

Il dono economico è quindi una possibilità di partecipazione, ma non può diventare l’unica misura della partecipazione stessa. La disponibilità di una persona a contribuire alla missione non si esaurisce in ciò che offre materialmente.

San Paolo, nella Seconda Lettera ai Corinzi, scrive: “Ciascuno dia secondo quanto ha deciso nel suo cuore, non con tristezza né per forza, perché Dio ama chi dona con gioia” (2Cor 9,7).

Nella Chiesa, il richiamo alla carità e alla responsabilità verso il prossimo è parte integrante dell’insegnamento evangelico. Tuttavia, quando chiediamo un contributo per sostenere una missione, dobbiamo fare attenzione a non trasformare questo richiamo in una pressione morale.

L’appartenenza a una comunità religiosa, così come la condivisione della fede, non può diventare il presupposto per pretendere una donazione. Ogni persona ha possibilità, sensibilità e priorità differenti, che devono essere rispettate.

Se vogliamo che il dono sia espressione di una partecipazione autentica, dobbiamo lasciare alle persone la libertà di scegliere se, come e quando contribuire.

Il ruolo dei fundraiser negli enti religiosi

Questa riflessione ha conseguenze concrete per chi si occupa di fundraising all’interno degli enti religiosi.

Se il dono rappresenta una forma di partecipazione alla missione, il fundraiser dovrebbe essere capace di comunicare il valore di quella missione e aiutare le persone a riconoscere come possono contribuirvi.

Per farlo, è necessario conoscere profondamente l’identità dell’ente per cui lavora, comprenderne il carisma e saper raccontare il significato delle opere che ne esprimono la Missione. Questo permette di coinvolgere anche persone che, pur non condividendo la stessa esperienza di fede, riconoscono il valore umano e sociale delle attività realizzate.

È una consapevolezza che dovrebbe orientare le scelte operative, a partire dalla progettazione delle campagne di raccolta fondi. Prima di costruire una campagna, credo sia utile domandarsi quale immagine della missione stiamo trasmettendo e quale relazione desideriamo instaurare con le persone alle quali ci rivolgiamo.

La scelta delle parole, delle immagini e delle testimonianze dovrebbe riflettere questa attenzione. Possiamo comunicare l’urgenza di un bisogno senza fare leva sul senso di colpa, formulare richieste esplicite rispettando la libertà di risposta e raccontare le difficoltà delle persone senza comprometterne la dignità.

La stessa attenzione deve accompagnare la relazione con il donatore anche dopo la donazione. Se lo abbiamo invitato a partecipare alla missione, è importante continuare a coinvolgerlo, condividendo i risultati raggiunti e ascoltando il suo punto di vista. Il fundraiser contribuisce così a costruire una relazione nella quale il donatore possa riconoscere il valore del proprio gesto e sentirsi parte dell’opera sostenuta.

Chi si occupa di fundraising negli enti religiosi ha quindi la responsabilità di tradurre i valori della missione anche nel modo in cui si rivolge ai donatori, costruendo relazioni fondate sul rispetto, sulla fiducia e sulla libertà di partecipazione. Perché la dignità della persona, che orienta le nostre opere, deve essere riconosciuta anche in chi sceglie di sostenerle.

In questa prospettiva, il fundraising può diventare parte della testimonianza della Chiesa, offrendo alle persone la possibilità di riconoscersi in una missione e di scegliere liberamente come contribuire alla sua realizzazione.

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