«E sedutosi di fronte al tesoro, osservava come la folla gettava monete nel tesoro. E tanti ricchi ne gettavano molte. Ma venuta una povera vedova vi gettò due spiccioli, cioè un quattrino. Allora, chiamati a sé i discepoli, disse loro: In verità vi dico: questa vedova ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Poiché tutti hanno dato del loro superfluo, essa invece, nella sua povertà, vi ha messo tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere».
(Mc 12, 41-44)
Il valore del dono
Il racconto della vedova mette in luce un principio molto semplice e allo stesso tempo profondamente rivoluzionario: il dono non si misura solo per il suo valore economico.
Nel Tempio tutti si fermano ad osservare quanto le persone donano. Gesù invece guarda la donazione da una prospettiva completamente diversa soffermandosi sulla relazione che c’è tra ciò che una persona possiede e quello che decide di donare.
Dal punto di vista puramente economico, “due spiccioli” potrebbero non fare nessuna differenza sul nostro bilancio, ma possono però rappresentare un gesto molto profondo per chi le offre. Al tempo stesso, una “grande” donazione potrebbe avere un peso diverso a seconda della possibilità di chi la compie.
Questa Parola introduce quindi un concetto davvero importante quando parliamo di raccolta fondi: il valore del dono è personale, e cioè legato alla storia di chi di dona.

Il dono è relativo
Nel fundraising è normale utilizzare diverse categorie per distinguere i tipi di donatori: i piccoli donatori, i donatori regolari, i grandi donatori o major donor. Queste “classificazioni” aiutano ad organizzare le strategie soprattutto quando portiamo avanti azioni su grandi numeri, inserendo una richiesta di donazione in linea con la capacità donativa.
Le organizzazioni tendono spesso a concentrare molte energie sui grandi donatori, perché hanno un impatto immediato sul bilancio. È una scelta comprensibile, ma rischia di far perdere di vista un elemento fondamentale: molte missioni si sostengono nel tempo proprio grazie a una base ampia di donatori che contribuiscono con piccoli importi.
Se rileggiamo questa “classificazione” a partire dalla Parola, questo racconto introduce un concetto di relatività del dono: un “grande donatore” non è mai “grande” in valore assoluto.
Un “piccolo” contributo può essere una cifra minima per qualcuno e un gesto significativo per qualcun altro. In questo senso la vedova rappresenta, paradossalmente, la vera “major donor” della scena perché dona “tutto quanto aveva per vivere”.
La cura della relazione
Guardare alla raccolta fondi con questa prospettiva significa riconoscere che il fundraising non è soltanto una questione di importi raccolti, ma soprattutto di relazioni costruite.
Il racconto della vedova ricorda proprio questo: dietro ogni dono, piccolo o grande, c’è una persona che ha scelto di partecipare. Ed è questa partecipazione che rende possibile, nel tempo, la vita di molte opere e comunità.
Il compito del fundraiser, in fondo, non è soltanto raccogliere fondi, ma custodire e accompagnare il gesto del dono. Il vero patrimonio di un’organizzazione non è infatti solo la somma delle donazioni ricevute, ma la comunità di persone che scelgono di partecipare alla missione.
Custodire questa comunità significa prendersi cura della relazione con ogni donatore, anche quando il suo contributo sembra piccolo. È spesso proprio questa rete silenziosa di sostegno a rendere possibile la continuità delle opere nel tempo.

Come valorizzare i “piccoli” donatori
Anche le organizzazioni religiose possono fare alcune scelte concrete e operative per valorizzare il dono.





