«Quanto poi alla colletta in favore dei fratelli, fate anche voi come ho ordinato alle Chiese della Galazia. Ogni primo giorno della settimana ciascuno metta da parte ciò che gli è riuscito di risparmiare, perché non si facciano le collette proprio quando verrò io. Quando poi giungerò, manderò con una mia lettera quelli che voi avrete scelto per portare il dono della vostra liberalità a Gerusalemme. E se converrà che vada anch’io, essi partiranno con me.»
(1Corinzi 16,1-4)
La Colletta di Gerusalemme
La colletta per i poveri di Gerusalemme è uno dei casi più interessanti di raccolta fondi nel Nuovo Testamento. San Paolo ne parla in diversi passaggi delle sue lettere e ciò che emerge non è solo un invito alla generosità, ma un vero e proprio processo pastorale e organizzativo: preparazione, accompagnamento dei donatori, trasparenza, relazione tra comunità.
Ormai è chiaro: la raccolta fondi non può essere considerata solo una richiesta fatta quando serve. Il fundraising, perché funzioni, ha bisogno di strategia, di pianificazione, di strumenti. Costruiamo campagne, lavoriamo sui momenti chiave, attiviamo donazioni e proviamo ad accompagnare i donatori nel tempo.
Rileggendo il passaggio della Prima Lettera ai Corinzi, San Paolo ci fa riflettere proprio sull’importanza della pianificazione. San Paolo non chiede di donare “quando serve”. Chiede di mettere da parte qualcosa ogni settimana, con regolarità. Nel testo di San Paolo non c’è urgenza, non c’è pressione ma c’è una costruzione nel tempo. San Paolo sembra suggerire che il dono nasce da una scelta che diventa abitudine.
Non è solo una questione di efficacia. È una questione di qualità del rapporto con il donatore.

Il donatore prima della donazione
C’è poi un secondo elemento, più sottile ma decisivo che ritroviamo come filo conduttore anche nel testo della vedova e l’elemosina. Non esiste una quota uguale per tutti. Non c’è una soglia minima. Ognuno contribuisce secondo le proprie possibilità.
“Ciascuno metta da parte ciò che è riuscito a risparmiare”.
Nel fundraising questo cambia completamente la prospettiva. Perché sposta il focus dall’importo alla partecipazione.
Nel nostro lavoro quotidiano, e soprattutto nelle organizzazioni molto strutturate, ci troviamo a “classificare” i donatori in base all’importo della donazione. San Paolo invece ci ricorda un punto fondamentale: il donatore conta prima della donazione.
C’è un altro elemento che va nella direzione della pianificazione strategica del fundraising. San Paolo scrive che la raccolta deve essere fatta prima del suo arrivo. Non durante né nel momento di maggiore coinvolgimento.
San Paolo rinuncia volontariamente al momento in cui sarebbe più facile raccogliere. Eppure il senso è chiaro: evitare che la donazione nasca da pressione o entusiasmo momentaneo lasciando così spazio alla libertà del dono.
Quando la fiducia si costruisce
Un altro aspetto riguarda la gestione della colletta. San Paolo non accentra, non si propone come unico garante ma chiede alla comunità di scegliere le persone incaricate di portare il dono.
È un passaggio molto concreto, ma estremamente attuale. La fiducia non viene chiesta ma viene organizzata.
Nel non profit si parla spesso di trasparenza. Ma la trasparenza non è solo comunicazione. È struttura. Significa creare condizioni in cui chi dona possa vedere, capire, riconoscere come vengono utilizzate le risorse.
È un lavoro più lento. Ma è anche ciò che rende una relazione solida nel tempo.
La colletta per Gerusalemme non è solo un trasferimento di risorse. È un modo per tenere insieme comunità diverse. Per costruire un legame concreto tra chi dona e chi riceve. In questo senso, il fundraising diventa relazione.
E forse è proprio qui che il testo paolino ci invita a spostare la domanda: non più “quanto raccogliamo?”, ma “che tipo di relazione stiamo generando?”

Il fundraising alla luce della Colletta
Rileggendo il testo sulla Colletta per Gerusalemme nel suo insieme, emerge una dinamica semplice ma molto chiara. San Paolo, in questo breve passaggio, illustra un percorso che aiuta a mettere a fuoco i passaggi essenziali del fundraising e che proviamo a riassumere di seguito.
Mettere da parte: il dono nasce da una scelta personale che si costruisce nel tempo, non da un impulso del momento.
Raccogliere: la comunità si organizza per dare forma a ciò che ciascuno ha preparato.
Affidare: la gestione non è accentrata, ma condivisa, per garantire fiducia e trasparenza.
Consegnare: il dono arriva a destinazione attraverso una relazione concreta tra comunità.
Ringraziare: ciò che è ricevuto genera riconoscenza e mantiene viva la relazione.
Più che una tecnica, è una dinamica che tiene insieme libertà, responsabilità e relazione. Ed è forse proprio questa semplicità a renderla ancora oggi così attuale.





