Il Community Fundraising

di Marianna Occhiuto

«Costruire un mondo in cui tutti possono “fiorire” esige una corresponsabilità coraggiosa. Nessuna mano da sola è sufficiente a sostenere il peso delle sfide che attraversano il mondo, nessuna è così debole da non poter offrire il proprio contributo»

(Papa Leone XIV, Magnifica Humanitas, n.13)

La corresponsabilità coraggiosa

Nella sua prima enciclica, Magnifica Humanitas, Papa Leone XIV introduce il tema della corresponsabilità coraggiosa richiamando una figura biblica forse meno conosciuta rispetto ad altre, ma straordinariamente attuale: Neemia.

Neemia non è un re, non è un profeta nel senso tradizionale del termine. È un uomo che si lascia ferire dalla situazione del proprio popolo. Quando riceve notizie da Gerusalemme, scopre che la città è ancora segnata dalle conseguenze dell’esilio: le mura sono andate distrutte e la popolazione vive una situazione di grande fragilità e insicurezza.

Di fronte a questa realtà, Neemia avrebbe potuto fare ciò che spesso facciamo anche noi: commuoversi, indignarsi, commentare, delegare, magari fare un post di denuncia se fosse vissuto ai giorni nostri. Invece decide di assumersi una responsabilità condivisa.

La corresponsabilità nasce quando un problema smette di essere “di qualcun altro” e diventa anche mio.

Neemia comprende che la ricostruzione di Gerusalemme non può dipendere da una sola persona. Le mura sono troppo estese, le ferite troppo profonde e la sfida troppo grande. Per questo non cerca di fare tutto da solo. “Non impone soluzioni dall’alto. Convoca le famiglie, affida a ciascuno un tratto di muro da ricostruire, ascolta le paure, coordina gli sforzi, fronteggia le opposizioni” (Papa Leone XIV, Magnifica Humanitas, n. 8).

Le mura di Gerusalemme non vengono ricostruite grazie all’intervento del singolo ma è un’intera comunità ad assumersi una responsabilità comune.

Il community fundraising

Leggendo Magnifica Humanitas, è difficile non pensare ad una delle sfide più importanti che oggi attraversano le organizzazioni non profit.

Molto spesso siamo portati a credere che la sostenibilità di una missione dipenda dalla capacità di trovare le risorse necessarie. Certamente le risorse sono importanti ma il racconto di Neemia sembra suggerire qualcosa di ancora più profondo.

Le grandi opere non nascono quando troviamo qualcuno disposto a sostenerle ma nascono quando una comunità riconosce che quell’opera le appartiene. In altre parole, prima delle risorse viene l’appartenenza, prima della raccolta fondi la partecipazione e prima della donazione la corresponsabilità.

Oggi utilizziamo l’espressione community fundraising per descrivere la capacità di coinvolgere una comunità attorno ad una causa condivisa.

Ma che cosa significa concretamente costruire una comunità attorno a una missione?

Nel community fundraising le persone vengono considerate protagoniste attive del cambiamento. Non si tratta soltanto di chiedere un contributo economico, ma di offrire occasioni attraverso cui ciascuno possa partecipare secondo le proprie possibilità.

Alcuni metteranno a disposizione risorse economiche, altri offriranno il proprio tempo per attività di volontariato, altri ancora diventeranno promotori della causa, coinvolgendo amici, familiari e colleghi, altri condivideranno competenze professionali, relazioni o spazi.

In fondo, è la stessa logica che troviamo nelle mura di Gerusalemme: non tutti fanno la stessa cosa, ma tutti contribuiscono alla stessa opera.

Per questo motivo il community fundraising utilizza strumenti che hanno come obiettivo principale il coinvolgimento delle persone. Pensiamo alle campagne in cui sono gli stessi sostenitori a raccogliere fondi presso la propria rete di relazioni, agli eventi comunitari, capaci di trasformare una raccolta fondi in un’esperienza condivisa, ai gruppi di volontari che diventano promotori di una missione sul territorio, alle iniziative digitali che permettono alle persone di raccontare perché hanno scelto di sostenere una determinata causa.

Dietro strumenti apparentemente diversi si nasconde una stessa intuizione: le persone sono più propense a sostenere ciò di cui si sentono parte.

A ciascuno “un tratto di muro”

In realtà, molto prima che l’espressione community fundraising entrasse nel nostro linguaggio, Neemia ne aveva già mostrato la forza. Forse è proprio questa una delle lezioni che Magnifica Humanitas consegna a chi si occupa di fundraising.

Le nostre comunità non hanno bisogno soltanto di sostenitori. Hanno bisogno di persone che si sentano parte di una missione e che possano riconoscere che quella scuola, quella casa di accoglienza, quel progetto educativo o pastorale non appartengono a qualcun altro ma appartengono anche a loro.

In questo senso il fundraising non consiste semplicemente nel raccogliere fondi. Consiste nel creare spazi di partecipazione, nel trasformare l’interesse in coinvolgimento, nel trasformare una causa in una comunità.

Il community fundraising non rappresenta quindi una novità per la Chiesa. Piuttosto, può essere letto come una riscoperta contemporanea di una dinamica che le comunità cristiane vivono fin dalle origini: persone diverse, con doni diversi, che si uniscono attorno a una missione comune.

Credo sia proprio in questo aspetto che il fundraising diventa strumento a servizio della missione: non quando chiediamo semplicemente una donazione, ma quando aiutiamo una comunità a scoprire che ciascuno “ha il proprio tratto di muro da costruire” e il coraggio di iniziare a farlo insieme.

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