«Salì poi sul monte, chiamò a sé quelli che voleva ed essi andarono da lui. Ne costituì Dodici — che chiamò apostoli — perché stessero con lui e per mandarli a predicare.»
(Mc 3, 13-14)

Le partnership di valore

Durante un recente viaggio in Lussemburgo, ho avuto modo di confrontarmi con un Missionario Scalabriniano. Tra i vari temi affrontati è emerso anche quello delle partnership, a partire dalla relazione con chi condivide la nostra missione e si impegna a raggiungere con noi obiettivi comuni.

Nel non profit si tende spesso a pensare che più relazioni si attivano, più reti si costruiscono, più soggetti si coinvolgono e più sembra che il progetto possa crescere. Nel nostro dialogo, il Missionario ha espresso però un concetto che mi ha dato modo di riflettere sul reale valore delle partnership.

“Non serve che tutti ci restino accanto. Gesù ne ha scelti solo dodici.”

Davvero un bello spunto che contiene una riflessione profonda su cui penso valga la pena soffermarsi. E se il problema non fosse quante partnership costruiamo, ma come le scegliamo?

L’equivoco della quantità

Nel non profit, costruire relazioni è fondamentale. Questa è infatti la base per la realizzazione e la sostenibilità stessa dei progetti. Erroneamente si potrebbe pensare però che un maggior numero di partnership potrebbero garantire un impatto maggiore. Sicuramente questo aspetto è in parte vero ma solo fino ad un certo punto.

Ogni partnership infatti non è solo un’opportunità, ma è anche una grande responsabilità. Costruire una partnership di valore richiede tempo, attenzione, allineamento, cura. E quando le relazioni aumentano senza una reale qualità condivisa, succede qualcosa in cui magari anche voi vi riconoscete: si moltiplicano i tavoli, le riunioni, le iniziative ma si rischia di ridurre “la profondità”.

Le energie si distribuiscono, il focus si indebolisce, e le relazioni diventano più formali che reali. Non è un problema di “troppe partnership” in senso assoluto piuttosto è un problema di partnership non scelte davvero.

Il Vangelo ci racconta un passaggio molto essenziale in cui Gesù scelse dodici apostoli, “solo” dodici. In mezzo a tante persone che lo seguivano, lui ha individuato un gruppo ristretto con cui costruire qualcosa di più profondo. Non è una logica di esclusione, i dodici si, e tutti gli altri no. Piuttosto è una logica di intenzionalità.

Non tutti sono chiamati a fare tutto. Non tutte le relazioni sono chiamate ad avere lo stesso livello di coinvolgimento e soprattutto la forza non nasce dalla quantità delle connessioni, ma dalla qualità di alcune relazioni chiave.

Quando una partnership è davvero tale

Spesso la parola “partnership” è utilizzata per indicare cose molto diverse. A volte una collaborazione su un singolo progetto, altre volte è una condivisione di visibilità, altre ancora è semplicemente un rapporto “cordiale” tra organizzazioni. Sono tutte cose utili, e spesso necessarie. Ma non sono tutte partnership nello stesso senso.

Una partnership, quella che davvero genera valore, ha qualcosa di più profondo: è una relazione che si costruisce nel tempo, in cui c’è una convergenza reale di obiettivi, una fiducia reciproca e una disponibilità a condividere anche il peso delle scelte.

Non è solo “fare qualcosa insieme”, è portare insieme una responsabilità e questo tipo di relazione non può essere moltiplicato all’infinito.

Qui sta forse il punto più delicato. Nel non profit si tende a essere inclusivi per natura. Ad aprire, ad accogliere, a non escludere e questo rappresenta certamente un grande valore.

Ma quando si tratta di costruire partnership, questa stessa apertura può diventare più faticosa nel momento della scelta. Perché scegliere significa anche non portare avanti alcune relazioni. Significa riconoscere che non tutte possono avere lo stesso spazio. Significa, a volte, dire dei “no”. Eppure, proprio qui si gioca la qualità del lavoro.

Le partnership più fragili non nascono da cattive intenzioni. Nascono da relazioni avviate senza un reale allineamento, senza una visione condivisa, senza una capacità concreta di camminare insieme. E nel tempo questo si traduce in progetti che faticano, energie disperse, aspettative disallineate.

Una domanda aperta

Forse il senso più concreto dello spunto che ho ricevuto in Lussemburgo è proprio questo. Non si tratta di ridurre le relazioni. Si tratta di distinguerle. Proprio come nella nostra vita, anche nel lavoro ci sono relazioni diverse. Alcune relazioni ampie, leggere, importanti per creare contesto, dialogo, apertura. E poi ci sono relazioni più strette, più esigenti, più impegnative. Sono queste ultime che, nel tempo, generano davvero cambiamento.

Gesù non ha costruito un sistema di relazioni indistinte. Ha costruito un nucleo, un gruppo con cui condividere tempo, fiducia, responsabilità e da lì è partito tutto il resto.

Forse, allora, la domanda da farsi non è quante partnership stiamo costruendo ma se stiamo riconoscendo, e scegliendo, quelle che possono davvero diventare generative. Quelle che non si limitano a collaborare, ma che sono disposte a camminare insieme nel tempo.

Le nostre “dodici” partnership, in fondo, non sono solo un numero. Sono una scelta.

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